come è potuto accadere.

Nata in Versilia a metà anni ’70, nella città del Carnevale, delle focaccine e della calda-calda, e finita per caso a Roma, dove vivo tuttora come cittadina adottiva da quando ho iniziato a camminare.

Poco dopo avere assunto la posizione eretta, presi una matita e me la mangiai.

In seguito ai disagi che subii per tale ingestione e allo spavento che presero i miei ignari (di cotanta figlia) genitori, si rese opportuno per me bambina comprendere che tale oggetto poteva essere utilizzato per passare egregiamente il tempo in un’altra attività decisamente meno invasiva (per la mia personcina); fare segni sui muri.

Così iniziai a decorare, scrivere, scarabocchiare, produrre forme e mescolare colori su qualsiasi superficie si trovasse alla mia portata, e con qualsiasi strumento imbrattante, non importa se pastelli, gessetti colorati, penne bic, matite o pennarelli carioca. Addirittura, quando ebbi l’incalcolabile fortuna di ricevere il dono di un fratello, lo reclutai come collaboratore per gli imbrattamenti dei muri di casa: eravamo una vera squadra. E poi quando arrivò (con precisione da piano quinquennale) anche l’altro fratellino, inevitabilmente si trovò ad assimilare l’esperienza dei due più grandi, sintetizzandola in fantastici arabeschi fatti con quei micidiali circoligrafi che si trovavano allora nei pacchi delle merendine.

Inevitabilmente questo periodo felice della mia vita ebbe un’interruzione infausta che coincise con tutta la durata della scuola dell’obbligo (queste sono le esperienze durissime che segnano a vita…) : finalmente giunta al ginnasio, mi fu possibile tornare ad allenarmi con marcatori indelebili ed uniposca su tutti i banchi ed i muri della mia classe e dei corridoi del liceo.

Dopo cinque anni di liceo classico, intensi, belli, ma grigi e noiosi, mi mancavano troppo i colori.

Così, per farmi finalmente ricomprare una scatola di matite colorate (e magari anche degli acquarelli, e degli acrilici, e dei carboncini…e tante altre cose che non vedevo nè toccavo da anni…o che non sapevo nemmeno esistessero…) non trovai di meglio che farmi iscrivere dai miei (ormai non più ignari) genitori ad una scuola di illustrazione e grafica.

Ed eccomi qua.

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